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Quando facevo le elementari, non si andava a scuola per “esprimere il proprio potenziale” o per “sviluppare le capacità sociali”. A voler ben vedere, pure l’istruzione era un motivo secondario. Andavi a scuola perché era il tuo dovere, e ringrazia. Punto.

Pur con tutte le attenzioni che gli anni ’70 del Novecento riservavano in termini didattici, questo modo di vedere aveva ricadute abbastanza dirette sui metodi di insegnamento.Verbi? Ne studi 50 per lunedì. Ovviamente, tutti irregolari. Tabelline? Se impari fino a quella del 14 è “bene, hai fatto il tuo dovere, cosa vuoi: una nedaglia?”; se arrivi fino a 10 sei solo una scarpa, è ovvio che finirai alle professionali.

H0 dovuto incontrare i “Giochi matematici” di Martin Gardner su Le Scienze per scoprire che, sì, studiare è una barba, ma imparare è fantastico. Su quelle pagine ho scoperto chegenerazioni su generazioni di studenti avevano elaborato trucchi di ogni tipo per ridurre la noia e migliorare i risultati.

Da allora, la scuola è cambiata molto. Nessuno oserebbe più rinchiudere un dodicenne in camera finché non ne esce catando la tabellina del 14 o i 50 verbi irregolari della settimana. Direi che questo è un passo avanti. Quello che non è un passo avanti è che nessuno sembra voler pretendere da quel dodicenne nessuna tabellina. O elenco di verbi, per dire.

“Il nozionismo è superato, non li puoi obbligare, impareranno con i loro tempi, ci sono cose più importanti da imparare”. Certo, ma qui a forza di guardare gli alberi non vediamo la foresta. Con questa menata di superare il nozionismo si è fatta passare l’idea che sia la memorizzazione a essere sbagliata. Il che è un’idiozia colossale. Se proprio non vuoi fargli studiare le tabelline (però prima mi spieghi perché), fagli mandare a memoria la tavola periodica, le capitali del mondo (Alto Volta: Ouagadougou), vent’anni di formazione della sua squadra del cuore, qualsiasi cosa. Ma fagli usare quella testa.

I ragazzi hanno bisogno di imparare, e anche di imparare a memoria, per il puro piacere di scoprire che possono. E’ il primo modo in cui possono superare gli adulti, ed è un modo importante: gli fa scoprire che possono fare conto su se stessi, e che possono essere autosufficienti.

Ovvio che la memorizzazione è solo il primo passo. Se è vero che viviamo in tempi iperconnessi, allora la capacità di individuare e tracciare correlazioni fra branche distanti del sapere è altrettanto fondamentali (qualcuno ha letto Nelson, lì fuori?). Ma a quanto pare, anche questa capacità viene trascurata. Molti docenti sembrano disposti a far passare frettolosi copia-e-incolla da oscure (e non incrociate) fonti Internet come “capacità di stabilire correlazioni”.

Capite dove voglio arrivare. I ragazzi non devono più sottostare ai metodi di un tempo, evviva. Ma non devono più nemmeno raggiungere gli standard qualitativi di un tempo, proprio ora che hanno tutti gli strumenti con cui polverizzarli. Non c’è ragione per cui i nostri ragazzi debbano aspettare le superiori o l’Università per scoprire le mappe mentali. O la tecnica pomodoro. O il kanban. O, per Diana, che imparare è fico.


E così, mi sono inventato “Le merende scientifiche. Una settimana di compiti/tecniche di studio/ripassoesperimenti scientifici/lingue straniere/astronomia e merende. Grazie all’aiuto di amici con un agriturismo splendido, siamo riusciti a coinvolgere aiutanti di prima classe:

Assieme, vogliamo reinstillare la curiosità e la meraviglia in una generazione che cresce pensando che queste cose siano riservate al loro account facebook. Ah, e tanto per rendere le cose più semplici sarà una settimana senza cellulari

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