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L’Italia ha scarsità di professionisti IT?

2013 luglio 16

Dice che in Italia c’è “fame” di profili IT. Sarà. Io non vedo proprio la fila alla porta.
Da quel che vedo attorno, gli unici “professionisti IT” che si cercano sono programmatori-un-tanto-al-chilo e sistemisti, entrambi regolarmente tuttofare (“competenze C, C++, C#, .NET, Java, Windows, Windows Server, UNIX, Linux, MySQL, Oracle, SQLServer, HADOOP”). E “esperti Internet” che facciano “Web design, testing, copywriting, Social, Usabilità,Accessibilità, UX, Reputation, con HTML5/CSS3 e Flash, e fotoritocco in Photoshop”, naturalmente Responsive; “capacità di sviluppo app Android/iPhone sono un plus”.

Il tutto a stipendi risibili.

Certo, poi ci sono i profili “senior”, come il Responsabile Sviluppo che però programma, il Responsabile IT che però fa anche il sistemista, il Responsabile Security che però configura anche i router e firewall, e il Responsabile Digital che però fa anche webdesignreputationmanagementcopy. Tutti rigorosamente sotto la guida del responsabile Personale, Vendite, o Marketing.

Come dire: tutte le decisioni organizzative e procedurali le prendiamo noi, tu codificale.

Ora, il mio punto è questo: se l’IT non serve a cambiare il modo in cui si fanno le cose, serve solo a ingrassare i venditori di hardware e di software.

E il problema dell’Italia è che dell’IT si vuole la tecnologia, ma non il cambiamento che comporta.

Non è che la scarsità di “professionisti IT” è in effetti la scarsità di professionisti IT a un certo prezzo?

Non sarà che di “professionisti IT” non c’è affatto bisogno, visto che non c’è alcuna intenzione di liberarsi di interi strati operativi (nelle aziende) e decisionali inutili (nelle aziende e nella PA)?

6 Risposte Post a comment
  1. Mimmus permalink
    luglio 16, 2013

    Ahi dura terra perché non ti apristi?

    E perché il “portafogli” sta sempre da un’altra parte e bisogna pregare per farsi comprare un cavo di rete? Perché veniamo sempre visti come “spendaccioni” che fanno richieste assurde?

    • Walter permalink
      luglio 16, 2013

      Ciao Mimmus.
      Le aziende stan bene attente a limitare l’IT alla digitalizzazione dell’esistente; in questo modo, di risparmi le aziende solo quelli legati all’eliminazione del lavoro manuale, e solo al difuori degli uffici. Qualsiasi altra cosa sarebbe pericolosa per la sacra piramide direzionale, che l’IT potrebbe spazzare via per la quasi totalità. Per dire, se il tuo ufficio passa da 5 impiegati a due, tu come capufficio non è che fai un passo in avanti. Invece, se da cinquanta operai passi a dieci, sei felice, perché dirigi la produzione, non le persone.
      Quindi, qualsiasi richiesta non derivi da una necessità di ridurre il numero di colletti blu è una richiesta assurda.
      Grazie,
      W

  2. luglio 17, 2013

    Walter,
    il problema di fondo è che l’IT in italia è il “tecnico informatico” e la definizione già dice tutto.
    Purtroppo quello che vedo lavorando in una azienda con 26 strutture in Italia(circa 6000 dipendenti) è che si parla di innovazione ma chi ne parla lo usa come definizione di ciò che “non sa come si fa” ma fa figo dirlo perchè lo dicono tutti.
    Se l’innovazione non parte da una revisione dei processi aziendali supportati dalla tecnologia e dal cambiamento radicale di intendere il lavoro non andremo da nessuna parte.
    E se l’IT non è parte integrante ma una appendice di computer, server, MSOffice e stampanti sarà purtroppo sempre peggio e sempre più costoso …….

    • Walter permalink
      luglio 17, 2013

      Esatto! Corona d’alloro, bacio in fronte e dignità di stampa.
      Come dico sempre, l’innovazione la vogliono tutti (a parole) la revisione dei processi no. Perché cambiare un processo vuol dire spostare potere o (come nel caso IT) farlo sparire del tutto.
      Basta entrare in un Comune d’Italia per capire che con un’informatica funzionante due terzi dei dipendenti e dei dirigenti potrebbero sparire. Ora, far sparire i dipendenti può anche essere interessante come taglio di spesa, ma nessun dirigente acceterà mai di rimnanere a dirigere scrivanie vuote.
      E la stessa cosa succede anche in azienda, negli uffici ci sono le stesse problematiche che nella PA.

      E quindi, come giustamente dici, da noi IT vuol dire hardware e software e nient’altro. Ossia innovazione zero. Quando si scriverà la storia di questi anni bisognerà pur dire che la classe dirigente pubblica e privata più miope e incapace della storia ha suicidato un intero Paese.

  3. Cristian permalink
    luglio 18, 2013

    Qualche anno fa ci credevo ancora. Ora ho capito che non c’è via d’uscita e che questa “fame di profili” l’Italia se la può anche tenere. Sono arrivato ad avere decisamente più interesse in un progetto privato portato avanti la notte che per il mio lavoro diurno. Dopo quindici anni getto la spugna.

    Si tengano l’IT così come la pensano, io ho decisamente di meglio da fare.

    • Walter permalink
      luglio 24, 2013

      ciao Cristian,
      che dire: hai ragione. Io stesso, anche se continuo a chiamarmi informatico, faccio molte più cose fuori dall’IT che dentro, e conosco molti colleghi in condizioni simili. Me lo spiego dicendomi che la tecnologia è bella, ma resta pur sempre solo tecnologia, e una tecnologia non serve a niente (se non a chi la vende) se non risolve problemi. E siccome i problemi ci sono, trovo più produttivo partire da quelli, e usare la tecnologia che mi serve, piuttosto che partire dalla tecnologia.

      L’IT, almeno in Italia ma non solo da noi, è prigioniero di una visione autoreferenziale che, a questo punto della vita, trovo di una noia devastante. Non me ne frega niente di nuove versioni, di questo o quel vendor, delle infinite discussioni da bar su questo sistema operativo o quell’altro. Mi interessa solo sapere se il software tale mi permette di risolvere il problema tal’altro, il resto per me sono seghe mentali, e per quelle sono troppo vecchio.

      L’informatica è usare la tecnologia per risolvere problemi, non fare assistenza a tecnologie che nessuno sa perché si usano, o che si usano perché “così fan tutti”. Il resto è fuffa.

      Le aziende e i paesi che capiscono questo discorso, faranno dei passi avanti. L’Italia, io temo, no.

      In bocca al lupo per il tuo progetto.

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