Non è che sono emigrante, ma di certo sto provando a diventarlo. Alla peggio, cambiare aria per cinque giorni non mi farà male.

Perché? Credo di avere raggiunto la conclusione che in Italia nulla possa cambiare e, francamente, non mi piace come le cose stanno adesso. Sì, c’è  che questo governo è la più spaventosa riproposizione di sepolcri imbiancati dopo il Congressso di Vienna. Ma non è che il lavoro stia messo molto meglio.

Lavorativamente parlando, l’Italia è il paese dove ti chiedono di fare un banchetto di nozze coi fichi secchi, il padre della sposa decide lui il prezzo, e tu devi sorridere ed essere grato perché ehi, è un’opportunità. Beh, siccome sono 20 anni che vivo di “opportunità”, cambiare registro non mi dispiacerebbe.

Non è solo un problema economico:è il problema di un Paese dove la competenza è fonte di sospetto, perché può mettere in discussione le decisioni che vengono prese e chi le prende. E questo non è ammissibile.

Non è questo l’ambiente culturale in cui vorrei vedere restare e crescere mia figlia. E quindi buttiamo un occhio all’estero. Il che, a cinquant’anni, è come giocarsela alla roulette, ma tant’è, ti ritrovi Emigrante Stagionato.

Londra, quindi. Parlo inglese come un nativo, l’economia tiene, c’è movimento, esiste un vero mercato del lavoro (as opposed to il caporalato nostrano).

L’emigrante stagionato arriva a Londra e la prima cosa che lo colpisce è la mancanza di tette. Attraversa tutto un aeroporto, prende un treno, viaggia tutto il pomeriggio in metropolitana. E non vede nemmeno una pubblicità del tipo “giovane femmina seminuda”. E non solo della sottoclasse “pubblicità di intimo”, ma anche della più ampia sottoclasse “per nessun apparente motivo”.

Considerando l’età media (molto più bassa che in Italia) e dando per certo che i britannici non si riproducano per partenogenesi o gemmazione, l’emigrante stagionato è convinto che, anche qui, tira più un pelo eccetera. Solo che in Italia è una filosofia di vita, qui rimane un passatempo privato.

Un’altra cosa che colpisce l’emigrante stagionato è la relativa silenziosità della folla. Sia dal punto di vista verbale, perché tutti parlano a voce relativamente bassa, sia da quello tecnologico: suonerie di cellulare sentite zero. E lo smartphone ce l’hanno tutti. Scendere da un aereo di italiani starnazzanti e piombare in un affollatissimo aeroporto silenzioso è straniante. E piacevole.

La terza cosa che colpisce l’emigrante stagionato per la sua assenza: non ci sono graffiti. Qualche raro esemplare, nei sobborghi che da noi sono un graffito continuo, spicca per la sua solitudine. Nella metro, nemmeno l’ombra.

Cosa significhi tutto questo, l’emigrante stagionato non lo sa. Ma se ne accorge, e un po’ gli piace. E ora basta, inizia una nuova giornata.

Share This

Share This

Share this post with your friends!