Ho sempre rinfacciato ai miei colleghi informatici di invaghirsi troppo di questa o quella tecnica e di perdere di vista il fatto che sono, appunto, tecniche, strumenti verso un obiettivo. Adesso che non puoi fare un passo senza che qualcuno dica “Big Data”, mi è tornato in mente questo:

Musica e paesaggi frattali

di Richard McDuff

[…]

I modelli informatici e l’analisi matematica ci stanno svelando come forme e processi che incontriamo in natura, che sia la crescita di una pianta, l’erosione di una montagna, il fluire di un fiume, il modo in cui un fiocco di neve o un’isola arrivano ad avere la forma che hanno, i giochi della luce su una superficie, il modo in cui il latte si avvita nel caffè quando lo giri, il modo in cui una risata si diffonde tra una folla, tutte queste cose nella loro magica complessità possono essere descritte dalle interazioni di processi matematici che sono, se possibile, ancora più magici nella loro semplicità.

Forme che pensiamo casuali sono in effetti il prodotto di reti numeriche complesse che rispondono a semplici regole. La stessa parola “naturale”, che abbiamo spesso pensato essere sinonimo di “non strutturato”, indica in realtà forme e processi la cui complessità è così indicibilmente elevata da impedirci di avere coscienza delle semplici leggi naturali che le danno origine.

Tutto questo può essere descritto con dei numeri.

Sappiamo però che la mente è capace di comprendere tutto questo in tutta la sua complessità e in tutta la sua semplicità. Una palla in volo nell’aria risponde alla forza e alla direzione con cui è stata lanciata, all’azione della gravità, all’attrito dell’aria per superare il quale deve consumare la propria energia, alla turbolenza dell’aria attorno alla propria superficie, e alla dimensione e alla direzione del proprio effetto.

Eppure, una persona che potrebbe trovare difficile calcolare a mente quanto fa 3×4×5 non avrebbe invece difficoltà alcuna a risolvere interi sistemi di equazioni differenziali, e a farlo in modo così assurdamente rapido da permettergli di prendere la palla al volo.

Chi lo chiama “istinto” sta soltanto dando un nome al fenomeno, ma non spiega nulla.

Io penso che il punto più alto al quale gli esseri umani possano esprimere la loro comprensione di questa complessità naturale sia la musica. È la più astratta delle arti: non ha alcuno scopo se non se stessa.

Ogni aspetto di un brano musicale è rappresentabile come numeri. Dall’organizzazione dei movimenti in una sinfonia, attraverso i pattern di intonazione e tempo che costituiscono melodie e armonie, le dinamiche che danno forma all’esecuzione, fino al timbro delle singole note, le loro armoniche, il modo in cui cambiano nel tempo, insomma tutti gli elementi di un rumore che possono distinguere un suonatore di ottavino da uno di grancassa, tutti possono venire espressi come pattern e gerarchie di numeri.

E, per quella che è la mia esperienza, più relazioni sussistono fra pattern a livelli differenti della gerarchia,per quanto astratte e complesse possano essere, più godibile e, diciamolo, più completa mi sembrerà la musica.

In effetti, più sottili e complesse saranno quelle relazioni, più sfuggiranno alla mente conscia, e più la parte istintiva della nostra mente, quella che riesce a svolgere calcoli differenziali così in fretta da permettere alla nostra mano di trovarsi nel posto giusto al momento giusto per prendere una palla al volo, più quella parte del nostro cervello se la godrà, quella musica.

La musica, di qualunque livello di complessità (e anche “Fra Martino” è complessa, nel momento in cui viene eseguita con il timbro e l’articolazione di uno specifico strumento) passa attraverso la nostra mente conscia e finisce in grembo al nostro genio matematico personale che, annidato nel nostro subconscio, risponde a tutte le complessità e le proporzioni e le interrelazioni profonde di cui pensiamo di non capire niente.

Ci sono persone che rifiutano questo modo di vedere la musica; persone che dicono: se riduciamo la musica alla matematica da dove arriva l’emozione? Io rispondo che l’emozione non è mai stata altrove.

Ciò che può scatenare le nostre emozioni, la forma di un fiore o di un’urna greca, il modo in cui un bambino cresce, il movimento e le forme delle nuvole, il modo in cui la luce danza sull’acqua o i narcisi ondeggiano nella brezza, il modo in cui la persona che ami muove il capo, il modo in cui i suoi capelli seguono quel movimento, la curva descritta dall’ultima nota morente dell’ultimo accordo di un brano musicale, tutto questo può essere descritto dal complesso fluire dei numeri.

Questa non è una riduzione del fenomeno, questa è la sua bellezza.

Chiedete a Newton.

Chiedete ad Einstein.

Chiedete al poeta (Keats) che disse che ciò che l’immaginazione afferra come bellezza deve essere verità.

Avrebbe anche potuto dire che ciò che la mano afferra come una palla deve essere verità, ma non l’ha fatto, perché era un poeta e preferiva far flanella sotto a un albero con una bottiglia di laudano e un taccuino che giocare a cricket, eppure sarebbe stato egualmente vero.

Perché questo è il nocciolo della relazione fra la nostra comprensione “istintiva” di forma, movimento, luce, da una parte, e le nostre risposte emotive, dall’altra.

E questo è il motivo per cui credo che debba esistere una forma di musica intrinseca alla natura, agli oggetti naturali, ai processi naturali. Una musica che ci darebbe una soddisfazione altrettanto profonda quanto ogni altra bellezza naturale; e le nostre stesse emozioni più profonde, dopotutto, non sono che un un altro tipo di bellezza naturale…

(Tratto da “Dirk Gently’s Holistic Detective Agency” di Douglas Adams. Mia traduzione)

Douglas Adams ha scritto queste parole più di vent’anni prima che cominciassimo a parlare di Big Data, eppure ne ha detto tutto quanto c’è di realmente interessante, perché il resto è tecnica.

Douglas avrebbe compiuto oggi 61 anni.

Per i profani, è morto nel 2001.

Gli altri sanno che i veri programmatori non muoiono mai: saltano a un nuovo indirizzo.

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