Ho letto con sconforto i risultati di una ricerca del Politecnico di Milano sugli investimenti in ICT  delle aziende italiane per il 2013.

Guardate perché sono sconfortato:

Principali aree di investimento:

  1. Sviluppo di Sistemi Gestionali e ERP (46%),
  2. Business Intelligence e Analytics (44%),
  3. Device Mobili e Mobile Apps per il Business (35%),
  4. Dematerializzazione dei documenti e digitalizzazione di processi e relazioni di filiera (30%),
  5. Canali digitali e Social CRM (25%)
  6. Cloud (28%).

Se nel 2013 quasi metà delle aziende mette come prima voce investire in sviluppo di gestionali e ERP significa che finora ha fatto business: a mano o con un gestionale fatto in casa. Ma naturalmente il calo di fatturato è colpa della crisi.

Se nel 2013 quasi metà delle aziende mette come prima voce investire in BI e Analytics è probabile che finora Vendite e Produzione usassero tarocchi e pendolini. Ma naturalmente il calo di fatturato è colpa del costo della manodopera.

Se nel 2013 un terzo delle aziende mette come prima voce investire in mobile complimenti, sono indietro solo di 5 anni, non 10.

Nel 2013 un terzo delle aziende ha come primo impegno di spesa ICT investire in dematerializzazione e digitalizzazione dei processi? Mi sono sbagliato, sono indietro di 10 anni, non 5.

Infine, per un quarto delle aziende la principale voce di investimento ICT saranno social e cloud. Dopo tutto quello che ci siamo detti, è come mettere la glassa su una torta di due settimane fa.

(E non discutiamo del fatto che oggi cloud significa perdita del controllo sui propri dati strategici; per quello ci sentiamo nel 2018).

Ah, naturalmente, tutti questi investimenti saranno a valle di un taglio del budget di almeno l’1,7% che, fatti due conti con l’inflazione e il calo dell’euro, vuol dire che, lira più lira meno, le aziende spenderanno circa il 10% in meno per le tecnologie informatiche e di comunicazione.

Allora diciamocelo: le PMI italiane stanno morendo,  ma non se ne sono ancora accorte. La Web economy è già nella seconda o terza fase e loro non devono ancora prepararsi alla prima.

Stanno morendo di vecchiaia, non anagrafica, ma vecchiaia mentale, vecchiaia di processo.

Stanno morendo di personale sempre più sottoqualificato e sempre più sovrautilizzato (e sovrautilizzato perché sottoqualificato: siamo il paese con il maggior numero di ore lavorate e una produttività fra le più basse al mondo).

Stanno morendo di management che esiste solo di nome, per il quale vedere che lavori è ancora l’unico controllo di processo esistente,  morendo di responsabili della Produzione che si fanno vanto di dire “se non mi ci metto io, i prodotti non escono bene” (bravo fesso: sei l’operaio più costoso dell’azienda).

Dice il bravo imprenditore “ehi, ma io risparmio sul costo del lavoro, risparmio sulle tecnologie e sono più competitivo!”.

No, non sei più competitivo: sei morto. Tu e tutti i disgraziati che lavorano per te e non hanno ancora trovato il tempo di buttarti a mare.

Quando alla Foxconn (avete presente, quelli che fanno l’iPhone) i lavoratori hanno cominciato a puntare i piedi per migliori condizioni di lavoro, l’azienda prima li ha fatti bastonare dalla polizia. Poi ha annunciato l’adozione di un milione di robot. Un milione. E stiamo parlando di gente che lottava per lavorare magari solo 12 ore invece di 14.

L’Italia è l’unico paese dove aziende di 50, 100 o più addetti si fanno chiamare “artigianali”, vantandosene pure. Ma se hai più di 5 addetti e ti fai chiamare “artigiano”, ti stai prendendo in giro a morte: di artigianale puoi avere solo la gestione.

Le nostre aziende che giustamente si lamentano tanto della fiscalità, non sembrano accorgersi delle enormi sacche di inefficienza al proprio interno:

  • processi ampiamente inefficienti o addirittura mai formalizzati (“qui si è sempre fatto così”)
  • informatizzazione inefficace (usare Word 2010 per scrivere e stampare una distinta base)
  • analfabetismo digitale dilagante (“elaborare” bilanci e dati in Excel, chiedendo all’IT di estrarre i dati del gestionale e poi ricaricarli modificati —d’altronde, i corsi di formazione costano e fanno perdere tempo di lavoro)
  • infrastruttura IT solo di facciata (PC in rete, ma ognuno ha una copia dei dati che usa; il gestionale serve a mettere i dati in Excel; nessun controllo su processi e flussi documentali)
  • medio management inefficace (riunioni inutili, nessuna gestione del team, nessuna visione strategica, manager “operativi”)
  • direzione patologicamente avversa al rischio (si guardano le spese, non i ritorni)
  • proprietà che si sovrappone operativamente alla direzione (spesso coincidendo, con i classici problemi delle “aziende di famiglia”).

Cosa si può fare? Cambiare, si può. Persone, per prima cosa, e poi metodi. Non c’è nessun motivo per cui un paese che è risorto dalle macerie grazie al proprio spirito imprenditoriale non possa di nuovo essere all’altezza della situazione. Solo non bisogna pretendere che le soluzioni di allora siano buone anche oggi: se ieri l’azienda cresceva per intuito e duro lavoro, oggi cresce per processi, dati e strumenti che possono aggiungere il massimo valore alle idee.

Non è pensabile, oggi, un’azienda che non sappia di vivere di informazioni e dove non si faccia una seria, costante, strategica analisi di dati e processi. Non analizzare significa essere ciechi sull’oggi e impreparati al futuro.

Non è pensabile, oggi, che le tecnologie ICT (dall’ERP al cloud ai social) siano ancora considerate “nuove”, e non lo strumento principale con cui si produrrà ricchezza nei prossimi anni.

Non è pensabile, oggi, un’azienda che non veda che la propria sopravvivenza dipende solo dal valore e dalla competenza delle proprie persone, perchè la spinta all’automazione del lavoro non è invertibile.

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