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Finti follower e finti tonti 4: zero vale zero

2012 giugno 19

Direi che gli argomenti contro la ricerca di Marco Camisani Calzolari (ne abbiamo già parlato qui e qui) sui finti follower ricadono in poche categorie:

  1. Utente con la testa nel computergli scientifici: il lavoro di Camisani non ha valore scientifico; l’autore non prova nemmeno a dimostrare che il suo algoritmo misura quel che dice di misurare, quindi la “ricerca” sono solo dei numeri messi a casaccio; Roberto Dadda e Massimo Moruzzi hanno illustrato bene l’argomento
  2. i digital PR aggressivi: il lavoro etichetta come bot utenti poco attivi, forse perché poco evoluti. Ma non è ammissibile che passi l’idea che “chi non interagisce non vale”; Camisani non fa chiarezza e mette in cattiva luce tutto il settore
  3. i digital PR passivo-aggressivi: ”toh, guarda, il segreto di Pulcinella”, oppure “arriva quello che vuole i titoli sui giornali.”

I primi hanno hanno una parte di ragione. Io però sostengo che non è possibile validare l’algoritmo (ossia controllare che ogni profilo indicato come “probabile bot” sia in effetti un bot). Perché nel momento in cui io dico “secondo questi criteri osserviamo tot percento di bot” ogni bot-maker che si rispetti crea dei bot migliorati che passano per umani secondo gli stessi criteri. A quel punto io devo definire criteri diversi, e ripartire con la validazione. Non finiamo più, e soprattutto non si arriva da nessuna parte.

Anche i secondi hanno una parte di ragione. Ma solo in linea teorica. Al netto di tutta la retorica sulla “conversazione”, il valore aziendale di un follower è come potenziale cliente. Ergo, un cliente che non interagisce o un bot valgono egualmente zero. Gli affari sono affari.

Ci può essere un interesse nel gonfiare artificialmente certe metriche, così come ogni impresario sa quando mettere in platea la claque. Ma qualsiasi claque ha un valore tattico, non strategico. E se viene identificata come tale il valore tattico diventa negativo. C’è poi il dettaglio che Camisani non dice “questi sono bot”, ma “secondo questi criteri, questi si comportano come dei bot”. Fa un mondo di differenza.

Quanto poi al mettere in cattiva luce un settore, non si vede cos’abbia da perdere un digital PR onesto se si comincia a spiegare nello specifico  cosa significa fare digital PR con onestà.

Per evitare di andare alle calende greche con la polemica e ridare al discorso la prospettiva che merita propongo la seguente scenetta.

Ufficio dell’Amministratore Delegato, interno giorno.
Segretaria: dottore, mi hanno fatto avere questo lavoro di un Camisani Calzolari. Dice che dai suoi test  il 46% dei nostri follower su Twitter sono bot.
AD: Oh bella. E come fa a dirlo?
Segretaria: beh, ha definito dei criteri e fatto delle prove…
AD: ok, ma le prove sono affidabili?
Segretaria: no, dottore, non c’è alcuna valutazione della validità dell’algoritmo, nemmeno l’ombra

A questo punto cosa risponde l’AD:

  1. “cestini e faccia dire che non diamo peso a illazioni, la serietà dell’azienda eccetera; torni quando il test significa quacosa”
  2. “come si permette di dire che sono dei bot?”
  3. “io pago per farci seguire da futuri clienti, preferibilmente in un futuro molto vicino, non da zombi. Voglio il marketing qui per le due. E l’agenzia. Che vengano con delle risposte.”

Ecco, il discorso è tutto qui. Non importa che i bot siano il 10, 20 o 40 percento. Non importa ottenere la certezza scientifica. Basta una semplice “proof of concept”.

Quello che importa è che le aziende capiscano cosa stanno pagando e perché. Le “counting metrics” non hanno alcun valore se non sono collegate a qualche metrica di business o associate a un sistema ragionevole di autenticazione. Direi che questo il lavoro di Camisani lo illustra perfettamente.

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