Leggo che è partita una’altra campagna per AGCOM: quella per le quote rosa.
No, grazie.

Il problema in AGCOM (e fuori) non è avere più o meno donne. Il problema è avere gente che sia lì per competenza e non per contiguità a qualche interesse occulto o palese. Dirò di più: il genere di appartenenza *deve* essere ininfluente. Altrimenti rischio di mettere un meno competente perché è del genere giusto. E se il genere deve pesare, allora dobbiamo pensare a quote GLBT (e poi cominciamo a far pesare il credo religioso, magari?).

Esempio: pare che il PDL pensi a Deborah Bergamini come commissario. Devo avere dei dubbi prima di inorridire solo perché è femmina?

Altro esempio: in rete corre molto il nome di Layla Pavone. Possiamo discutere se gli interessi di PR e pubblicitari hanno ancora senso nell’epoca della Rete o no (e in questo caso Pavone sarebbe come un allevatore di cavalli da tiro al Ministero dei Traporti) o dobbiamo impelagarci perché insomma ci vuole almeno un commissario che stia bene in tailleur?

Non dico che non ci vogliano più donne nei posti di potere. Dico che non mi importa di vedere una donna al potere “in quanto” donna più di quanto mi importi di vedere qualcuno al potere “in quanto” qualcosa che non sia competenza e capacità.

Non voglio quote rosa. Non voglio quote azzurre. Non voglio quote gialle, nere, a strisce o pois. Voglio quote grigie. Perché il grigio è un non-colore. Perché grigia è la sola materia che conta.

Se davvero crediamo che tutti gli italiani devono essere considerati uguali

senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali

allora basta fare una cosa semplice: curriculum anonimi.

Detto questo, appoggio “Quote rosa in AGCOM” perché credo che le sperequazioni di genere siano solo un segnale esteriore delle sperequazioni di competenze, e se cominciamo a discutere delle prime arriveremo inevitabilmente alle seconde.

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