Mi sono preso la briga di guardare i curriculum dei referenti dei gruppi di lavoro della Cabina di Regia dell’Agenda Digitale:

  • Infrastrutture e Sicurezza – Roberto Sambuco, laureato in Scienze Politiche
  • E-commerce – Giuseppe Tripoli, laureato in Giurisprudenza
  • E-Gov/Open Data – Coordinato congiuntamente dal MIUR e dal Dipartimento della Funzione Pubblica
  • Informatizzazione digitale & Competenze Digitali – Giovanni Biondi, laureato in Storia Moderna
  • Ricerca e Innovazione – Andrea Bianchi, economista
  • Smart Communities – Mario Calderini, laureato in Ingegneria Meccanica e PhD in Economics.

Così a occhio mi viene da dire: informatici zero.

Sia chiaro, sono tutti sotto i 50 e con curriculum da civil servants di tutto rispetto. C’è chi ha una lista di corsi di aggiornamento tecnici impressionante. Scommetterei anche che hanno tutti il loro bravo iPhone, l’iPad e magari sono su Twitter. Ma mi sembra evidente che se parliamo di digitale, nessuno è del ramo, sono solo persone che useranno l’informatica con competenza. È già molto, ma non basta.

Chi mi legge sa che, da informatico, sono il primo a dire che come categoria pecchiamo di presunzione, infima capacità relazionale, scarsa leadership, pochissima capacità di comunicazione, pochissimo interesse alle problematiche di business e soprattutto zero attenzione per le implicazioni socio-culturali e di lungo termine della nostra disciplina. E che siamo i primi responsabili della nostra marginalità ai livelli apicali. E che dobbiamo lavorare per smetterla di fare solo “i tecnici”.

Però, riconosciuto tutto questo, si può anche vedere di finirla. Ci sono informatici che sanno comunicare, che hanno carisma e senso del business, e che soprattutto si pongono il problema di che società vogliamo costruire con l’informatica.

So che i gruppi di lavoro “tecnici” invece pullulano di informatici. Primo, vorrei anche vedere. Secondo, quello è il problema, non la soluzione.

Un progetto come l’Agenda Digitale non può confinare gli informatici al livello “tecnico”. Chi ha l’ultima parola deve riuscire a vedere

  • oltre le mode del momento
  • oltre il marketing
  • oltre le furbizie dei venditori
  • oltre le distorsioni e le esagerazioni dei media
  • oltre gli interessi consolidati.

Deve avere un’idea chiara di un tipo di società cui tendere con la tecnologia, e della direzione da cui arrivarci. E per riuscirci, dev’essere un informatico.

Perché il problema non è stilare la lista dei requisiti per la meravigliosa Lavagna Interattiva Multimediale (quando i nostri insegnanti in media masticano un po’ di Office e il livello della cultura tecnico-scientifica del Paese è abissale).

Il problema è come far crescere la cultura digitale senza riempirsi di gadget inutili, senza illudersi che la soluzione sia addestrare a fare clic sul bottoncino giusto e senza credere che la “rivoluzione” di questo semestre avrà senso fra tre o cinque anni. A questo, servono gli informatici.

Parole al vento, forse, ma bisogna pur dirle.

Post Scriptum

Tanto per dire, un informatico adeguato in Cabina ci avrebbe già risparmiato:

  • le pene del sito attuale
  • la follia del modulo online di consultazione pubblica (qui la versione stampabile)
  • l’adozione raffazzonato-posticcia di IdeaScale in sovrapposizione alla consultazione pubblica (ossia, la mia idea deve piacere alla Cabina o ai miei fan? o magari ci siamo pentiti del modulo online?).

Personalmente credo che un informatico in cabina avrebbe anche preteso un copy più dignitoso e senza anglismi d’accatto (smart communities, anyone?). E non ci avrebbe inorridito con la “informatizzazione digitale” (se poi qualcuno mi spiega quella analogica, grazie).

Share This

Share This

Share this post with your friends!