Dunque Settembre si è aperto con la notiziona (cito ZeusNews):

La CGIL vieta Facebook ai dipendenti
(Zeus News, poi Repubblica e DigitaleNews)

Per amore di polemica si potrebbe chiedersi quale sia esattamente la notizia:logo CGIL Firenze

  1. il blocco degli accessi a Facebook dall’ufficio?
  2. il fatto che a farlo sia la CGIL?

(Incidentalmente il peso della notizia si desume dal fatto che la direttiva risale a oltre due mesi fa, che però era estate e non faceva notizia.

Io direi che la notizia vera è che questo genere di cose faccia ancora notizia, e vedo di spiegarmi con tre semplici fatti:

  1. il computer dell’ufficio è uno strumento di lavoro
  2. il datore di lavoro ha tutto il diritto di decidere come devono essere usati gli strumenti di lavoro
  3. andare in Internet sul lavoro non è un diritto.

(Può esserci chi non se ne capacita, ma aziende delle dimensioni di IBM e Microsoft sono diventate tali senza Internet, e IBM perfino senza email!).

Intanto chiariamo: la CGIL di Firenze non ha “vietato” Facebook, ha solo deciso che alcuni dipendenti hanno motivo di usarlo per fini istituzionali, e altri no.

Ci possono essere usi leciti e perdite di tempo con Facebook, con la mail (il secondo spreco di tempo in azienda dopo le riunioni inutili), con la navigazione Internet e perfino con il telefono aziendale. Il problema non è lo strumento, ma l’uso. Ci sono casi in cui navigare sui siti porno è utile e perfino richiesto (come alla Polizia Postale), e altri in cui anche l’uso del cellulare ai dipendenti viene limitato (come in una linea di produzione).

Che un certo strumento sia utile per il lavoro o addirittura aumenti la produttività in azienda è qualcosa di cui si può discutere caso per caso, non un articolo di fede; e la decisione compete al datore di lavoro, magari con diritto di ripensarci. Il problema è che noi italiani siamo perlopiù analfabeti digitali, e quando il saggio indica la luna, tendiamo a guardare il dito.

Si può essere produttivi andando su Facebook come si può trovare un’idea alla macchinetta del caffè, e si può perdere metà della giornata a Solitario o a Campo Minato chini sulla propria scrivania. Si può stare mezza giornata a fissare un foglio Excel senza battere un chiodo e si può definire una strategia aziendale raccogliendo informazioni in rete, magari in telelavoro. Il lavoro è cambiato, molte aziende no. Ben venga un’azienda che ha il coraggio di valutare nel merito e prendere una posizione, perché è questo che è successo a Firenze, mi piacerebbe vederlo succedere più spesso.

Diciamocelo fra noi: quante aziende conoscete dove “farsi vedere a lavorare” paga di più dei risultati? Dove scaldare la sedia full-time in ufficio paga di più che lavorare sodo part-time in telelavoro?

Internet è così diffusa (e così poco regolamentata) negli uffici perché la maggioranza delle aziende italiane non capisce ancora i media sociali, come non ha capito il Web (la maggioranza dei siti ha l’utilità di una brochure) o la posta elettronica: c’è nel computer, a qualcosa servirà, speriamo bene. Purtroppo, questo atteggiamento è l’esatto opposto della valutazione per obiettivi che dovrebbe costituire il criterio principe nel lavoro d’ufficio. Conosco persone che hanno fatto carriera semplicemente smistando email fra i colleghi, o chiacchierando per i corridoi con il laptop acceso in mano: la versione anni 200o di quelli che passavano la giornata a portare pratiche da un ufficio all’altro e non si capiva cosa facevano, poi un giorno diventavano capufficio.

Sono felice di vedere un sindacato (un sindacato! questo monumento all’improduttività burocratica!) che non ha paura di dire: Bianchi può accedere a Facebook perché  gli serve per lavoro, Rossi no perché non gli serve. E’ una bella lezione di produttività e di responsabilità per tutte le aziende.

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